Carissimi colleghi, il prossimo 28 maggio Claudio Bissoli affronterà il tema dell'"Attenzione nel Mind Wandering".
Come tutti sapete il fenomeno del vagabondaggio mentale è strettamente apparentato e talora sovrapposto a quello del Day Dreaming e alcuni ritengono abbia qualche rapporto con la "disattenzione" dell'ADHD.
La letteratura sul tema è piuttosto controversa (Metin, B., Krebs, R. M., Wiersema, J. R., Verguts, T., Gasthuys, R., van der Meere, J. J., Achten, E., Roeyers, H., & Sonuga-Barke, E. (2015). Dysfunctional modulation of default mode network activity in attention-deficit/hyperactivity disorder. Journal of Abnormal Psychology, 124(1), 208–214. https://doi.org/10.1037/abn0000013 ma al contrario Broulidakis, M. J., Golm, D., Cortese, S., Fairchild, G., & Sonuga-Barke, E. (2022). Default mode network connectivity and attention-deficit/hyperactivity disorder in adolescence: Associations with delay aversion and temporal discounting, but not mind wandering. International Journal of Psychophysiology, 173, 38-44.) Eppure una recente ricerca ha rilevato che il Mind - Wandering spiega una varianza (peggiorativa) rispetto alle sole caratteristiche generali (comportamentali) dell’ADHD nella compromissione generale, nell' emotività e regolazione delle emozioni. ( Dekkers, T.J., Flisar, A., Karami Motaghi, A. et al. Does Mind-Wandering Explain ADHD-Related Impairment in Adolescents?. Child Psychiatry Hum Dev 56, 346–357 (2025). https://doi.org/10.1007/s10578-023-01557-2)
Il tema, tuttavia, riveste un interesse che sorpassa la specifica questione del suo rapporto con l'ADHD. Le domande che si possono porre è se il mind-wandering abbia una funzione e quale sia? Se sia un'attività che interferisce negativamente o meno sulle altre attività mentali? Come dobbiamo considerare il fenomeno correlato del Day Dreaming e se e quando esso sia da considerarsi disadattivo?
Tutto questo e molto altro verrà trattato il 28 maggio nella quarta conferenza sul tema "Abitare l'Attenzione".
Vi aspettiamo ancora più numerosi che nelle precedenti sessioni.
State bene
Angelo
L'attenzione come variabile clinica trasversale
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angelo maria inverso
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angelo maria inverso
Re: L'attenzione come variabile clinica trasversale
Carissimi colleghi, il ciclo di lectures "Abitare l'Attenzione " volge al termine. Dopo avere ascoltato Claudio Bissoli sulle complessità legate al Mind Wandering e al suo rapporto con l'ADHD, nella lecture del giorno 11 giugno cercherò di affrontare il complesso tema dell'"Attenzione nell'ADHD".
Come già accennato nel manifesto di presentazione al ciclo, l'attenzione ha assunto la centralità che tutt'ora occupa nell'ADHD a partire dalla pubblicazione del DSM III (1980) della categoria diagnostica di disturbo da deficit di attenzione (ADD) . Questo momento è cruciale nella storia della psichiatria perché segna il passaggio da un modello psicosociale a uno biomedico. Questa nuova nomenclatura sostituisce la condizione che fino a quel momento veniva etichettata come reazione ipercinetica dell'infanzia o dell'adolescenza . Paul Wender ebbe un ruolo chiave in questo cambiamento. Fu Wender che nel 1976 propose 61 item (WURS-61) per la diagnosi dell'ADHD negli adulti da cui furono estratti i 25 item utilizzati dal Manuale Diagnostico e Statistico (DSM III).
Il manuale spiega un così profondo cambiamento e la nuova denominazione in questo modo:
Le caratteristiche essenziali sono segni di disattenzione e impulsività inappropriate per lo sviluppo.
In passato sono stati associati diversi nomi a questo disturbo, tra cui: Reazione Ipercinetica dell'Infanzia, Sindrome Ipercinetica, Sindrome del Bambino Iperattivo, Danno Cerebrale Minimo, Disfunzione Cerebrale Minima, Disfunzione Cerebrale Minima e Disfunzione Cerebrale Minore.
In questo manuale Deficit di Attenzione è il nome dato a questo disturbo, poiché le difficoltà di attenzione sono evidenti e praticamente sempre presenti tra i bambini con queste diagnosi [, p. 41].
L'ADD era presentato nel DSM-III come composto da due sottotipi: "disturbo da deficit di attenzione con iperattività e disturbo da deficit di attenzione senza iperattività" (p. 363). L'ADD con iperattività sostituiva quella che nel DSM-II era la diagnosi di reazione ipercinetica dell'infanzia o dell'adolescenza, ma non esisteva un equivalente DSM-II per l'ADD senza iperattività. Spitzer e Cantwell, curatori del manuale, non erano sicuri se questi sottotipi rappresentassero due disturbi distinti o due forme dello stesso disturbo. Di conseguenza, solo un tipo di ADD sostituì una precedente classificazione DSM-II, e non fu data alcuna indicazione sulle origini dell'altro sottotipo (quello del deficit di attenzione senza iperattività).
Cos'è dunque il deficit di attenzione nell'ADHD? Deve essere considerato una carenza quantitativa o non piuttosto una particolare caratteristica dell'attenzione in questa condizione? I test neuropsicologici a cui sottoponiamo i nostri pazienti colgono davvero la difficoltà di questi soggetti?
Queste sono alcune domande che ci porremo durante quest'ultimo incontro, senza pretese di risposte assolute.
Gli interlocutori di questi appuntamenti sono stati gli psicoterapeuti e sono gli aspetti clinici quelli che sono al centro delle nostre riflessioni.
Se ci sarete, potreste non essere delusi.
State bene.
Angelo
Come già accennato nel manifesto di presentazione al ciclo, l'attenzione ha assunto la centralità che tutt'ora occupa nell'ADHD a partire dalla pubblicazione del DSM III (1980) della categoria diagnostica di disturbo da deficit di attenzione (ADD) . Questo momento è cruciale nella storia della psichiatria perché segna il passaggio da un modello psicosociale a uno biomedico. Questa nuova nomenclatura sostituisce la condizione che fino a quel momento veniva etichettata come reazione ipercinetica dell'infanzia o dell'adolescenza . Paul Wender ebbe un ruolo chiave in questo cambiamento. Fu Wender che nel 1976 propose 61 item (WURS-61) per la diagnosi dell'ADHD negli adulti da cui furono estratti i 25 item utilizzati dal Manuale Diagnostico e Statistico (DSM III).
Il manuale spiega un così profondo cambiamento e la nuova denominazione in questo modo:
Le caratteristiche essenziali sono segni di disattenzione e impulsività inappropriate per lo sviluppo.
In passato sono stati associati diversi nomi a questo disturbo, tra cui: Reazione Ipercinetica dell'Infanzia, Sindrome Ipercinetica, Sindrome del Bambino Iperattivo, Danno Cerebrale Minimo, Disfunzione Cerebrale Minima, Disfunzione Cerebrale Minima e Disfunzione Cerebrale Minore.
In questo manuale Deficit di Attenzione è il nome dato a questo disturbo, poiché le difficoltà di attenzione sono evidenti e praticamente sempre presenti tra i bambini con queste diagnosi [, p. 41].
L'ADD era presentato nel DSM-III come composto da due sottotipi: "disturbo da deficit di attenzione con iperattività e disturbo da deficit di attenzione senza iperattività" (p. 363). L'ADD con iperattività sostituiva quella che nel DSM-II era la diagnosi di reazione ipercinetica dell'infanzia o dell'adolescenza, ma non esisteva un equivalente DSM-II per l'ADD senza iperattività. Spitzer e Cantwell, curatori del manuale, non erano sicuri se questi sottotipi rappresentassero due disturbi distinti o due forme dello stesso disturbo. Di conseguenza, solo un tipo di ADD sostituì una precedente classificazione DSM-II, e non fu data alcuna indicazione sulle origini dell'altro sottotipo (quello del deficit di attenzione senza iperattività).
Cos'è dunque il deficit di attenzione nell'ADHD? Deve essere considerato una carenza quantitativa o non piuttosto una particolare caratteristica dell'attenzione in questa condizione? I test neuropsicologici a cui sottoponiamo i nostri pazienti colgono davvero la difficoltà di questi soggetti?
Queste sono alcune domande che ci porremo durante quest'ultimo incontro, senza pretese di risposte assolute.
Gli interlocutori di questi appuntamenti sono stati gli psicoterapeuti e sono gli aspetti clinici quelli che sono al centro delle nostre riflessioni.
Se ci sarete, potreste non essere delusi.
State bene.
Angelo
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angelo maria inverso
Re: L'attenzione come variabile clinica trasversale
A tutti i colleghi saluti,
Il ciclo di conferenze dedicate all'attenzione si concluso ieri con il tema, affidato a me dell'"Attenzione nell'ADHD".
Grazie ha chi ha voluto essere presente che, ne sono certo, non è stato deluso dalla sua scelta.
Le slides di tutti gli intervento sono state o saranno inviate a tutti i colleghi iscritti alla mailing list "Disturbi del neurosviluppo" oltre che agli iscritti all'iniziativa (non sono stati pochi).
A chi non ha avuto la fortuna di essere presente all'ultimo incontro vorrei dare i riferimenti bibliografici di una ricerca con valore storico che avrà ripercussioni rilevantissime su concettualizzazione e trattamento dell'ADHD.
La ricerca è la seguente:
Kay BP, Wheelock MD, Siegel JS, Raut RV, Chauvin RJ, Metoki A, et al. Stimulant medications affect arousal and reward, not attention networks. Cell. 2025 Dec 24;188(26):7529-7546.e20. doi: 10.1016/j.cell.2025.11.039
La pubblicazione è avvenuta su Cell che come sapete una delle più prestigiose riviste in ambito biologico-medico. Potete scaricarla liberamente
La risonanza mediatica e i commenti su riviste specialistiche credo sia attenuata dai risultati dello studio.
In sintesi estrema questi i risultati dello studio:
I farmaci stimolanti (come il metilfenidato) non agiscono direttamente sui network cerebrali dell'attenzione, ma modificano i sistemi biologici di attivazione (arousal) e ricompensa.
1. Agiscono modulando Arousal e Salienza modificando la connettività nelle aree motorie/sensoriali, nei network della salienza (SAL) e della memoria parietale (PMN) (effetto mediato dalla dopamina che presumibilmente agisce sull'apprendimento motivato dalla ricompensa).
2. Il loro effetto è simile al Sonno Ripristinato: è stato visto che I cambiamenti cerebrali indotti dagli stimolanti ricalcano quasi esattamente i pattern fMRI derivanti da una notte di sonno adeguato. A conferma di questo effetto è stato visto che questi farmaci sono stati in grado di "azzerare" gli effetti cognitivi negativi della privazione del sonno.
Perché non lo scaricate, leggete e commentate?
Sono sicuro che alcuni o molti di voi lo hanno già letto. Sarebbe bello sapere cosa ne pensate.
Partecipate alle prossime iniziative dell'Area di Interesse "Disturbi del neurosviluppo" e buona lettura
State bene
Angelo
Il ciclo di conferenze dedicate all'attenzione si concluso ieri con il tema, affidato a me dell'"Attenzione nell'ADHD".
Grazie ha chi ha voluto essere presente che, ne sono certo, non è stato deluso dalla sua scelta.
Le slides di tutti gli intervento sono state o saranno inviate a tutti i colleghi iscritti alla mailing list "Disturbi del neurosviluppo" oltre che agli iscritti all'iniziativa (non sono stati pochi).
A chi non ha avuto la fortuna di essere presente all'ultimo incontro vorrei dare i riferimenti bibliografici di una ricerca con valore storico che avrà ripercussioni rilevantissime su concettualizzazione e trattamento dell'ADHD.
La ricerca è la seguente:
Kay BP, Wheelock MD, Siegel JS, Raut RV, Chauvin RJ, Metoki A, et al. Stimulant medications affect arousal and reward, not attention networks. Cell. 2025 Dec 24;188(26):7529-7546.e20. doi: 10.1016/j.cell.2025.11.039
La pubblicazione è avvenuta su Cell che come sapete una delle più prestigiose riviste in ambito biologico-medico. Potete scaricarla liberamente
La risonanza mediatica e i commenti su riviste specialistiche credo sia attenuata dai risultati dello studio.
In sintesi estrema questi i risultati dello studio:
I farmaci stimolanti (come il metilfenidato) non agiscono direttamente sui network cerebrali dell'attenzione, ma modificano i sistemi biologici di attivazione (arousal) e ricompensa.
1. Agiscono modulando Arousal e Salienza modificando la connettività nelle aree motorie/sensoriali, nei network della salienza (SAL) e della memoria parietale (PMN) (effetto mediato dalla dopamina che presumibilmente agisce sull'apprendimento motivato dalla ricompensa).
2. Il loro effetto è simile al Sonno Ripristinato: è stato visto che I cambiamenti cerebrali indotti dagli stimolanti ricalcano quasi esattamente i pattern fMRI derivanti da una notte di sonno adeguato. A conferma di questo effetto è stato visto che questi farmaci sono stati in grado di "azzerare" gli effetti cognitivi negativi della privazione del sonno.
Perché non lo scaricate, leggete e commentate?
Sono sicuro che alcuni o molti di voi lo hanno già letto. Sarebbe bello sapere cosa ne pensate.
Partecipate alle prossime iniziative dell'Area di Interesse "Disturbi del neurosviluppo" e buona lettura
State bene
Angelo