Cari colleghi,
vi scrivo da qui, dalla Palestina, dove lavoro con Medici Senza Frontiere come responsabile di salute mentale per i progetti in West Bank e Gaza. Avrei voluto raccontarvi delle attività, dei numeri, dei programmi. Ma quello che sento di condividere con voi è altro: il mio disorientamento, la mia fatica, la sensazione di essere spesso disarmato.
Noi terapeuti cognitivi cresciamo spesso con un’idea forte: aiutare i pazienti a distinguere i pensieri dalla realtà, a ridimensionare la paura, a riconoscere le distorsioni. Ma qui questa bussola si incrina. Quando una madre mi dice “ho paura che mio figlio non torni da scuola”, non è catastrofismo. È una possibilità concreta. E io mi ritrovo muto, con dentro la pressione di dover “fare terapia” sapendo che le categorie con cui ho imparato a pensare non bastano.
È una sensazione difficile da raccontare: come se fossi sempre sotto pressione, chiamato a rispondere a un dolore che non si lascia incasellare. E mi accorgo che più che decostruire pensieri, qui il compito è stare, testimoniare, aiutare a dare un filo di senso a una realtà insensata. È un lavoro che scivola continuamente dal cognitivo al costruttivista, dal clinico all’umano.
Vi confesso che spesso mi sento inadeguato. Ma allo stesso tempo sento che proprio in questo vuoto si apre uno spazio nuovo: quello in cui la terapia diventa resistenza, dignità, possibilità di raccontarsi una storia diversa pur dentro il pericolo reale. Mi chiedo allora: la terapia narrativa può davvero essere una forza straordinaria anche qui, in contesti estremi? È un’illusione, o è possibile che ciò che ci raccontiamo cambi la qualità della nostra esperienza, restituisca agency e continuità, e dia un significato che la realtà esterna sembra negare?
Vi scrivo queste righe non per dare risposte, ma per condividere la fatica di portare i nostri strumenti in un contesto che li mette in crisi. E forse per dirvi che questa crisi, dolorosa com’è, è anche fertile: ci obbliga a tornare all’essenziale, a incontrare l’altro senza protezioni, con tutta la nostra vulnerabilità.
Mi piacerebbe sapere se qualcuno di voi, leggendo queste parole, ha riflessioni o suggerimenti su come portare la nostra pratica dentro situazioni così estreme. Quali strumenti vi hanno aiutato, nelle vostre esperienze, a reggere l’urto del reale?
Un abbraccio da qui, Domenico
appunti dal Westbank
Moderatore: DAILA CAPILUPI [3284]
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Domenico Spagnolo
- https://www.youtube.com/channel/UCYEG-tsioNZ1TDK3B9Y1g7g
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Manuel Petrucci
Re: appunti dal Westbank
Caro Domenico,
grazie per il tuo coraggioso impegno, e per la condivisione degli affanni e degli inciampi che la nostra professione, nonché la nostra umanità, può incontrare in una situazione del genere.
Userò alcune parole che mi appartengono per formazione e scelta, quelle della DBT. I pensieri e le emozioni che ti trovi di fronte sono giustificate dai fatti, e in questi casi non possiamo che validarle. Riconoscerne il senso, rispecchiarlo, comunicare con ascolto e rispetto che vediamo, che cerchiamo autenticamente di capire. Nella sua apparente semplicità, è un atto dal potere curativo straordinario, soprattutto per chi è abbandonato a se stesso e alla propria distruzione. Validare, e provare a raccontare, non credo serva altro. Nella DBT tradurre l'esperienza in parole ("descrivere") è talmente fondante che fa parte delle abilità di mindfulness. Non a caso, le esperienze traumatiche sono quelle che divengono più incomunicabili, per un connubio di autoprotezione dal dolore e sfiducia universale verso ogni forma di supporto e comprensione.
Fidati delle intuizioni profonde che la tua attitudine sincera all'aiuto ti sta fornendo, e della tua possibilità di essere terapeuta anche lì, "senza nascondere l'assurdo che è nel mondo, cercando d'essere franco all'altro come a sé", come diceva Danilo Dolci.
Un abbraccio,
Manuel
grazie per il tuo coraggioso impegno, e per la condivisione degli affanni e degli inciampi che la nostra professione, nonché la nostra umanità, può incontrare in una situazione del genere.
Userò alcune parole che mi appartengono per formazione e scelta, quelle della DBT. I pensieri e le emozioni che ti trovi di fronte sono giustificate dai fatti, e in questi casi non possiamo che validarle. Riconoscerne il senso, rispecchiarlo, comunicare con ascolto e rispetto che vediamo, che cerchiamo autenticamente di capire. Nella sua apparente semplicità, è un atto dal potere curativo straordinario, soprattutto per chi è abbandonato a se stesso e alla propria distruzione. Validare, e provare a raccontare, non credo serva altro. Nella DBT tradurre l'esperienza in parole ("descrivere") è talmente fondante che fa parte delle abilità di mindfulness. Non a caso, le esperienze traumatiche sono quelle che divengono più incomunicabili, per un connubio di autoprotezione dal dolore e sfiducia universale verso ogni forma di supporto e comprensione.
Fidati delle intuizioni profonde che la tua attitudine sincera all'aiuto ti sta fornendo, e della tua possibilità di essere terapeuta anche lì, "senza nascondere l'assurdo che è nel mondo, cercando d'essere franco all'altro come a sé", come diceva Danilo Dolci.
Un abbraccio,
Manuel
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Annalisa Suman
Re: appunti dal Westbank
Caro Domenico,
Grazie davvero per aver condiviso la tua esperienza. Le tue parole mi hanno profondamente commossa e mostrano quanto sia difficile, ma anche quanto sia prezioso, il lavoro che stai facendo. Non penso che la tua vulnerabilità sia un limite, anzi: è anche tramite questa che si apre la possibilità di stare accanto agli altri in modo autentico.
Condivido ciò che dici, che contesti così estremi forse la terapia non può “aggiustare” la realtà, ma può offrire uno spazio in cui raccontarsi, ritrovare dignità e continuità. A volte basta questo per resistere.
Con gratitudine per quello che stai facendo e per raccontarcelo. Sperando che anche io parlarne qui possa esserti di aiuto per sopportare e supportare una situazione che va oltre l’immaginazione.
Annalisa Suman
Grazie davvero per aver condiviso la tua esperienza. Le tue parole mi hanno profondamente commossa e mostrano quanto sia difficile, ma anche quanto sia prezioso, il lavoro che stai facendo. Non penso che la tua vulnerabilità sia un limite, anzi: è anche tramite questa che si apre la possibilità di stare accanto agli altri in modo autentico.
Condivido ciò che dici, che contesti così estremi forse la terapia non può “aggiustare” la realtà, ma può offrire uno spazio in cui raccontarsi, ritrovare dignità e continuità. A volte basta questo per resistere.
Con gratitudine per quello che stai facendo e per raccontarcelo. Sperando che anche io parlarne qui possa esserti di aiuto per sopportare e supportare una situazione che va oltre l’immaginazione.
Annalisa Suman
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Daila Capilupi
Re: appunti dal Westbank
Caro Domenico,
grazie per il prezioso lavoro che stai facendo e per averlo condiviso. La Sitcc può fare qualcosa anche a distanza? Credo che ci siano diversi colleghi che vogliano dare il loro contributo anche se online.
Ti lascio i miei contatti nel caso che io possa aiutarti a coordinare gli interventi da remoto.
Puoi scrivermi o telefonarmi anche solo per un confronto su come stai vivendo questa esperienza.
Ci sono, ci siamo.
Un caro saluto
Daila
3470789600
daila.capilupi@gmail.com
grazie per il prezioso lavoro che stai facendo e per averlo condiviso. La Sitcc può fare qualcosa anche a distanza? Credo che ci siano diversi colleghi che vogliano dare il loro contributo anche se online.
Ti lascio i miei contatti nel caso che io possa aiutarti a coordinare gli interventi da remoto.
Puoi scrivermi o telefonarmi anche solo per un confronto su come stai vivendo questa esperienza.
Ci sono, ci siamo.
Un caro saluto
Daila
3470789600
daila.capilupi@gmail.com
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Fabio Theodule
Re: appunti dal Westbank
Buongiorno Domenico,
ti ringrazio per la condivisione molto preziosa.
Ormai 10 anni fa, sono stato per vari mesi due volte in West Bank. All'epoca il genocidio non era ancora in corso ma la pulizia etnica e l'apartheid sì, già da decenni. Ricordo bene il mio confronto con livelli di violenza, di ingiustizia e di dolore che non avevo mai incontrato prima. Ricordo i traumi dei parenti dei prigionieri (spesso giovani uomini e ragazzini arrestati con la cosiddetta "detenzione amministrativa", arrestati cioè per periodi di 6 mesi rinnovabili all'infinito, sulla base di prove segrete, senza che le accuse venissero comunicate e senza processo), bloccati in un limbo infinito, senza sapere se e quando rivedranno i propri cari. Ricordo la disperazione delle famiglie palestinesi a cui veniva fatta saltare in aria la casa come forma di terrorismo e punizione collettiva per avere un membro parte della resistenza. Ricordo l'angoscia delle madri di Hebron (Al Khalil, per i palestinesi) nel sapere che i propri figli, per poter andare alla scuola elementare, dovevano attraversare tutti i giorni due checkpoint militari israeliani. Ricordo la disperazione degli agricoltori palestinesi picchiati a sangue dai coloni israeliani, protetti dall'esercito, e sfrattati dalle proprie case e dai campi di ulivo appartenuti alla propria famiglia da generazioni.
L'unico strumento che nella mia esperienza è stato utile nel lavoro con persone che affrontano livelli di dolore di questo tipo è la relazione. Stare assieme nel dolore, nella paura, nell'ingiustizia e nell'impotenza. Riconoscersi nel dolore dell'altro e condividerlo. Che poi, per quanto mi riguarda, è anche l'aspetto più importante in qualsiasi contesto clinico e con qualsiasi paziente.
Ti saluto con una frase di Foucault che per me racchiude gran parte del senso del lavoro terapeutico:
"il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione".
Fabio Theodule
ti ringrazio per la condivisione molto preziosa.
Ormai 10 anni fa, sono stato per vari mesi due volte in West Bank. All'epoca il genocidio non era ancora in corso ma la pulizia etnica e l'apartheid sì, già da decenni. Ricordo bene il mio confronto con livelli di violenza, di ingiustizia e di dolore che non avevo mai incontrato prima. Ricordo i traumi dei parenti dei prigionieri (spesso giovani uomini e ragazzini arrestati con la cosiddetta "detenzione amministrativa", arrestati cioè per periodi di 6 mesi rinnovabili all'infinito, sulla base di prove segrete, senza che le accuse venissero comunicate e senza processo), bloccati in un limbo infinito, senza sapere se e quando rivedranno i propri cari. Ricordo la disperazione delle famiglie palestinesi a cui veniva fatta saltare in aria la casa come forma di terrorismo e punizione collettiva per avere un membro parte della resistenza. Ricordo l'angoscia delle madri di Hebron (Al Khalil, per i palestinesi) nel sapere che i propri figli, per poter andare alla scuola elementare, dovevano attraversare tutti i giorni due checkpoint militari israeliani. Ricordo la disperazione degli agricoltori palestinesi picchiati a sangue dai coloni israeliani, protetti dall'esercito, e sfrattati dalle proprie case e dai campi di ulivo appartenuti alla propria famiglia da generazioni.
L'unico strumento che nella mia esperienza è stato utile nel lavoro con persone che affrontano livelli di dolore di questo tipo è la relazione. Stare assieme nel dolore, nella paura, nell'ingiustizia e nell'impotenza. Riconoscersi nel dolore dell'altro e condividerlo. Che poi, per quanto mi riguarda, è anche l'aspetto più importante in qualsiasi contesto clinico e con qualsiasi paziente.
Ti saluto con una frase di Foucault che per me racchiude gran parte del senso del lavoro terapeutico:
"il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione".
Fabio Theodule
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Novella De Angelis
Re: appunti dal Westbank
Caro collega,
desidero intanto ringraziarti per la condivisione di questa esperienza di psicoterapia in condizioni estreme, dove la realtà purtroppo supera come dicevi tu anche la peggiore delle immaginazioni catastrofiche...Penso che la sola presenza di uno spazio di narrazione, di condivisione in quei contesti sia già terapeutica e può salvare la "vita mentale" di una persona (quantomeno questa).
È uno spazio, un setting preziosissimo. Perché (al di là delle tecniche sul trauma) avere la possibilità di narrare l' esperienza emotiva traumatica vuol dire che c'è qualcuno che ancora percepisce il narrante come Persona, come Uomo o Donna appartenente al genere Umano. Entrare in contatto con la sofferenza, empatizzare con il dolore, con l' ansia, con il terrore e dire al tuo paziente: "immagino, vedo dal tuo punto di vista, hai ragione, ti capisco" già questo è terapeutico. (Non sei più il palestinese, o l' israeliano sei un Uomo come me) . Anche io al tuo posto sarei terrorizzato all' idea che mio figlio con elevata probabilità possa non tornare a casa oggi ed essere ridotto in polvere o a pezzi !Hai tanto coraggio a mandarlo a scuola. Stai salvaguardando un minimo di normalità della sua quotidianità' , sei un bravo genitore. Comunque vada stai svolgendo il tuo compito".
Anche tu Domenico ne hai tanto di coraggio.
Grazie per quello che fai, per quello che fate : una bolla di umanità in un disastro della disumanità . E noi come psicologi, medici, psicoterapeuti abbiamo questo dovere deontologico di vedere la Persona (senza barriere ideologiche o politiche, di razza o di religione).
desidero intanto ringraziarti per la condivisione di questa esperienza di psicoterapia in condizioni estreme, dove la realtà purtroppo supera come dicevi tu anche la peggiore delle immaginazioni catastrofiche...Penso che la sola presenza di uno spazio di narrazione, di condivisione in quei contesti sia già terapeutica e può salvare la "vita mentale" di una persona (quantomeno questa).
È uno spazio, un setting preziosissimo. Perché (al di là delle tecniche sul trauma) avere la possibilità di narrare l' esperienza emotiva traumatica vuol dire che c'è qualcuno che ancora percepisce il narrante come Persona, come Uomo o Donna appartenente al genere Umano. Entrare in contatto con la sofferenza, empatizzare con il dolore, con l' ansia, con il terrore e dire al tuo paziente: "immagino, vedo dal tuo punto di vista, hai ragione, ti capisco" già questo è terapeutico. (Non sei più il palestinese, o l' israeliano sei un Uomo come me) . Anche io al tuo posto sarei terrorizzato all' idea che mio figlio con elevata probabilità possa non tornare a casa oggi ed essere ridotto in polvere o a pezzi !Hai tanto coraggio a mandarlo a scuola. Stai salvaguardando un minimo di normalità della sua quotidianità' , sei un bravo genitore. Comunque vada stai svolgendo il tuo compito".
Anche tu Domenico ne hai tanto di coraggio.
Grazie per quello che fai, per quello che fate : una bolla di umanità in un disastro della disumanità . E noi come psicologi, medici, psicoterapeuti abbiamo questo dovere deontologico di vedere la Persona (senza barriere ideologiche o politiche, di razza o di religione).
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Francesca Cavallo
Re: appunti dal Westbank
Ciao Domenico.
Grazie. Le tue parole arrivano nel centro del petto. La testimonianza di un essere umano che si trova a fare i conti con i limiti suoi e della propria disciplina di fronte all’indicibile. E questo, paradossalmente, è il punto di partenza più autentico per un lavoro terapeutico degno di questo nome.
Il disorientamento, la sensazione di inadeguatezza, il crollo delle categorie interpretative, la vergogna …l’emergere di quella dimensione profonda, presoggettiva, intersoggettiva, che troppo spesso la formazione tecnica tiene nascosta.
Liotti insegna che i sistemi motivazionali interpersonali si attivano reciprocamente nella relazione terapeutica. Quando quella mamma ti parla della paura per il figlio, il tuo sistema di attaccamento risponde al suo, e quello di accudimento si mobilita di fronte alla sua vulnerabilità, entrando difatti in quella danza intersoggettiva che dovrebbe essere l’essenza del lavoro terapeutico.
La tua vulnerabilità non è un limite: è lo strumento più potente che hai.
In contesti estremi, il significato non può essere “corretto” - deve essere co-costruito, co-ri-costruito. Non si tratta di aiutare le persone a raccontarsi storie “migliori”, ma di accompagnarle nel dare forma a un’esperienza che rischia di rimanere frammentata, inenarrabile. Mantenere la capacità di significare, di dare continuità temporale all’esperienza, di preservare un minimo senso di agency anche quando le circostanze esterne sembrano negarla completamente. Non è un’illusione consolatoria, è un atto di dignità umana.
L’ inadeguatezza che senti è il segnale di una reale sintonizzazione con l’altro, cosa che, se ci proteggiamo con le “certezze” teorico-tecniche, non raggiungiamo mai.
Offrire presenza, per di più autentica, in un contesto di tale dolore, di tale insensatezza, è già di per sé un atto terapeutico rivoluzionario.
Per rispondere alla tua domanda finale mi sento di dire che ciò che più mi aiuta e mi ha aiutato (ho lavorato per oltre 10 anni in una Unità Spinale e Neuromotoria, dove la perdita completa delle autonomie, ti lancia in uno sprofondo dolorosissimo e pieno di rabbia e impotenza) sono le infinite supervisioni cliniche, soprattutto quelle di gruppo, uno spazio dove ognuno può mostrare la propria vulnerabilità e ci si lavora tutti assieme, e indubbiamente le varie terapie personali e il continuo cercare di essere in contatto con la mia di sofferenza per validarla, gestirla, renderla “cura” nella sintonizzazione e connessione con la sofferenza dell’altro.
Un abbraccio con tutta la nostra stima e solidarietà
Francesca Cavallo
Grazie. Le tue parole arrivano nel centro del petto. La testimonianza di un essere umano che si trova a fare i conti con i limiti suoi e della propria disciplina di fronte all’indicibile. E questo, paradossalmente, è il punto di partenza più autentico per un lavoro terapeutico degno di questo nome.
Il disorientamento, la sensazione di inadeguatezza, il crollo delle categorie interpretative, la vergogna …l’emergere di quella dimensione profonda, presoggettiva, intersoggettiva, che troppo spesso la formazione tecnica tiene nascosta.
Liotti insegna che i sistemi motivazionali interpersonali si attivano reciprocamente nella relazione terapeutica. Quando quella mamma ti parla della paura per il figlio, il tuo sistema di attaccamento risponde al suo, e quello di accudimento si mobilita di fronte alla sua vulnerabilità, entrando difatti in quella danza intersoggettiva che dovrebbe essere l’essenza del lavoro terapeutico.
La tua vulnerabilità non è un limite: è lo strumento più potente che hai.
In contesti estremi, il significato non può essere “corretto” - deve essere co-costruito, co-ri-costruito. Non si tratta di aiutare le persone a raccontarsi storie “migliori”, ma di accompagnarle nel dare forma a un’esperienza che rischia di rimanere frammentata, inenarrabile. Mantenere la capacità di significare, di dare continuità temporale all’esperienza, di preservare un minimo senso di agency anche quando le circostanze esterne sembrano negarla completamente. Non è un’illusione consolatoria, è un atto di dignità umana.
L’ inadeguatezza che senti è il segnale di una reale sintonizzazione con l’altro, cosa che, se ci proteggiamo con le “certezze” teorico-tecniche, non raggiungiamo mai.
Offrire presenza, per di più autentica, in un contesto di tale dolore, di tale insensatezza, è già di per sé un atto terapeutico rivoluzionario.
Per rispondere alla tua domanda finale mi sento di dire che ciò che più mi aiuta e mi ha aiutato (ho lavorato per oltre 10 anni in una Unità Spinale e Neuromotoria, dove la perdita completa delle autonomie, ti lancia in uno sprofondo dolorosissimo e pieno di rabbia e impotenza) sono le infinite supervisioni cliniche, soprattutto quelle di gruppo, uno spazio dove ognuno può mostrare la propria vulnerabilità e ci si lavora tutti assieme, e indubbiamente le varie terapie personali e il continuo cercare di essere in contatto con la mia di sofferenza per validarla, gestirla, renderla “cura” nella sintonizzazione e connessione con la sofferenza dell’altro.
Un abbraccio con tutta la nostra stima e solidarietà
Francesca Cavallo
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Mariacristina Banfi
Re: appunti dal Westbank
Caro Collega,
grazie per la testimonianza preziosa e per la scelta coraggiosa che stai vivendo.
Per quel che mi riguarda spesso anche nei nostri contesti di "pace" e non così estremi l'unico intervento percorribile e sensato è la validazione emotiva e la narrazione condivisa, perlomeno con tutti i pazienti - e ormai sono la maggioranza- che hanno vissuto storie dolorose e traumatiche.
La ristrutturazione cognitiva per me è un intervento che viene se mai dopo la validazione della sofferenza e dopo la condivisione, e davvero non è il fulcro del nostro intervento di psicoterapeuti/e.
Quindi un saluto pieno di stima e ammirazione per quello che fai e per quanti scelgono di operare nei contesti estremi del nostro pianeta.
Un abbraccio di condivisione e incoraggiamento
Mariacristina
grazie per la testimonianza preziosa e per la scelta coraggiosa che stai vivendo.
Per quel che mi riguarda spesso anche nei nostri contesti di "pace" e non così estremi l'unico intervento percorribile e sensato è la validazione emotiva e la narrazione condivisa, perlomeno con tutti i pazienti - e ormai sono la maggioranza- che hanno vissuto storie dolorose e traumatiche.
La ristrutturazione cognitiva per me è un intervento che viene se mai dopo la validazione della sofferenza e dopo la condivisione, e davvero non è il fulcro del nostro intervento di psicoterapeuti/e.
Quindi un saluto pieno di stima e ammirazione per quello che fai e per quanti scelgono di operare nei contesti estremi del nostro pianeta.
Un abbraccio di condivisione e incoraggiamento
Mariacristina
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Linda Battilani
Re: appunti dal Westbank
Caro Domenico,
mi unisco al profondo ringraziamento corale dei colleghi per il tuo coraggio nell’essere lì, in mezzo all’inferno, tentando di aiutare come si può, dove ogni punto di riferimento teorico e pratico si sgretola, dove non si può che ascoltare e validare.
Credo che nessuno possa comprendere a fondo quello che stai vivendo, a meno si sia fatta la tua stessa esperienza in zona di guerra; si può immaginare quello che stai vivendo, per esperienze di contatto con la sofferenza più estrema, per propria sensibilità, ma la guerra è un’altra cosa, per la quantità e qualità di eventi traumatici e luttuosi da affrontare tutti insieme, per le condizioni di disumanità a cui si arriva.
Qui, nella mia città si è appena concluso il Festival di Emergency, ho ascoltato tante testimonianze di operatori sanitari che sono stati a Gaza e in Cisgiordania. Queste testimonianze hanno il grandissimo merito e l’altissimo valore di sensibilizzare sul tema.
Grazie soprattutto per aver condiviso la tua esperienza così disorientante, faticosa, devastante, ma assolutamente coraggiosa, e non credo di esagerare nel dire “eroica”: mettere la propria vulnerabilità a servizio del prossimo, rischiando la vita, forse è la vera forza, e ti stimo e ammiro per questo. A volte mi ha sfiorato l’idea di partire con Medici senza frontiere o Emergency, ma ancora l’idea non si è trasformata in azione, credo anche sia necessaria una preparazione e formazione specifica.
E’ una grande opportunità quella che stai e state offrendo ai Palestinesi, concordo con i colleghi: in questi contesti estremi il percorso più viabile, forse l’unico possibile, è validare le emozioni vissute, quando non distanziate per sopravvivenza e protezione, e dare l’opportunità di narrare la propria orribile e atroce esperienza ad un esperto dei processi cognitivi ed emotivi, dell'ascolto e della relazione.
Grazie anche al collega Fabio Theodule per la sua testimonianza.
Mi accodo anche alla proposta concreta di Daila Capilupi (soprattutto in questo momento abbiamo bisogno che alle parole facciano seguito azioni coerenti), possiamo fare qualcosa anche a distanza?
Lascio anch’io i miei contatti, nel caso possano servire per qualsiasi cosa. Credo che in queste situazioni il maggior fattore protettivo per noi terapeuti sia non sentirsi soli nell’incontro con Persone che stanno affrontando la solitudine più disperata: vivere sotto le bombe, rischiando di morire ogni giorno, mentre si perdono i propri affetti più cari, privati dei bisogni fondamentali per la sopravvivenza, privati della dignità umana.
Si concordo, ogni crisi, anche la più terribile generata dall'orrore, nasconde una luce, una nuova e fertile possibilità, un cambiamento.
Un caro saluto di stima e un abbaccio
Linda Battilani
Tel. 393-1408369
Mail: lindabattilani77@gmail.com
lindabattilani@libero.it
mi unisco al profondo ringraziamento corale dei colleghi per il tuo coraggio nell’essere lì, in mezzo all’inferno, tentando di aiutare come si può, dove ogni punto di riferimento teorico e pratico si sgretola, dove non si può che ascoltare e validare.
Credo che nessuno possa comprendere a fondo quello che stai vivendo, a meno si sia fatta la tua stessa esperienza in zona di guerra; si può immaginare quello che stai vivendo, per esperienze di contatto con la sofferenza più estrema, per propria sensibilità, ma la guerra è un’altra cosa, per la quantità e qualità di eventi traumatici e luttuosi da affrontare tutti insieme, per le condizioni di disumanità a cui si arriva.
Qui, nella mia città si è appena concluso il Festival di Emergency, ho ascoltato tante testimonianze di operatori sanitari che sono stati a Gaza e in Cisgiordania. Queste testimonianze hanno il grandissimo merito e l’altissimo valore di sensibilizzare sul tema.
Grazie soprattutto per aver condiviso la tua esperienza così disorientante, faticosa, devastante, ma assolutamente coraggiosa, e non credo di esagerare nel dire “eroica”: mettere la propria vulnerabilità a servizio del prossimo, rischiando la vita, forse è la vera forza, e ti stimo e ammiro per questo. A volte mi ha sfiorato l’idea di partire con Medici senza frontiere o Emergency, ma ancora l’idea non si è trasformata in azione, credo anche sia necessaria una preparazione e formazione specifica.
E’ una grande opportunità quella che stai e state offrendo ai Palestinesi, concordo con i colleghi: in questi contesti estremi il percorso più viabile, forse l’unico possibile, è validare le emozioni vissute, quando non distanziate per sopravvivenza e protezione, e dare l’opportunità di narrare la propria orribile e atroce esperienza ad un esperto dei processi cognitivi ed emotivi, dell'ascolto e della relazione.
Grazie anche al collega Fabio Theodule per la sua testimonianza.
Mi accodo anche alla proposta concreta di Daila Capilupi (soprattutto in questo momento abbiamo bisogno che alle parole facciano seguito azioni coerenti), possiamo fare qualcosa anche a distanza?
Lascio anch’io i miei contatti, nel caso possano servire per qualsiasi cosa. Credo che in queste situazioni il maggior fattore protettivo per noi terapeuti sia non sentirsi soli nell’incontro con Persone che stanno affrontando la solitudine più disperata: vivere sotto le bombe, rischiando di morire ogni giorno, mentre si perdono i propri affetti più cari, privati dei bisogni fondamentali per la sopravvivenza, privati della dignità umana.
Si concordo, ogni crisi, anche la più terribile generata dall'orrore, nasconde una luce, una nuova e fertile possibilità, un cambiamento.
Un caro saluto di stima e un abbaccio
Linda Battilani
Tel. 393-1408369
Mail: lindabattilani77@gmail.com
lindabattilani@libero.it